Poesie

poesia

 

La poesia fa fiorire rose nel deserto

Le lacrime, il freddo del buio le mantengono in vita

Di seguito sono pubblicate poesie recitate nel corso di una serata-incontro,  dell’Associazione culturale “La Rosa e la Spina” a Villanuova sul Clisi (BS). Cuore dell’Associazione sono loro, le “Poetenti”, una parola inventata che definisce il gruppo di dieci donne (in aumento, quest’anno) che costantemente da quattro anni si trova per leggere poesia e anche per commentare, spettegolare, litigare e molto altro, sulla poetessa scelta.
Scopo de “La Rosa e la Spina” e’ il rafforzamento della cultura dell’accoglienza e l’intento di favorire lo scambio di idee, esperienze, testimonianze e memorie dal punto di vista di diverse generazioni femminili. Mira inoltre a promuovere la partecipazione delle donne alla vita collettiva e alla sensibilazzione dei diritti di cittadinanza delle donne native e migranti. L’Associazione desidera porsi come luogo di solidarieta’ e punto d’incontro tra donne appassionate disposte a condividere e accettare idee, aiutandosi cosi ad assolvere alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile.

Abbiamo ricevuto su nostra richiesta anche brevi registrazioni, della parte finale della serata che ha lasciato spazio ad altre donne che desideravano leggere poesie personali.
https://youtu.be/COjqQFYxPtE
https://youtu.be/UlII0eHiw1s

Interrogativi di viaggio

Troppe cascate qui; nel pigia pigia
troppa la fretta dei torrenti di correre al mare,
e il peso di tante nubi sulle vette li fa
poi traboccare lungo le pendici, soffici, al rallentatore,
mutandoli in cascate sotto i nostri occhi.
Se quei lucenti rivoli di lacrime, lunghissimi,
ancora non sono cascate, in un’era
veloce, come qui sono le ere,
finiranno per diventarlo.
Ma se torrenti e nubi continuano a viaggiare,
i monti sono chiglie capovolte
coperte di mondiglia e cirripedi.

Pensa al lungo viaggio di ritorno.
Meglio per noi restare a casa e col pensiero essere qui?
Dove saremmo oggi?
E’ giusto osservare stranieri
che recitano nel più strano dei teatri?
Quale puerilità ci induce finché abbiamo in corpo
un alito di vita a convolare all’altro capo
del pianeta a vedere il sole?
Il più minuto colibrì verde del mondo?
A rimirare un’opera muraria antica e inesplicabile,
inesplicabile e impenetrabile,
di qualsivoglia angolo visuale,
scorta di un tratto e poi sempre incantevole?
Oh, dobbiamo sognare i nostri sogni
e realizzarli?
E abbiamo spazio per l’ennesimo
tramonto ben riposto, ancora tiepido?

” E’ la mancanza di immaginazione a spingerci
nei luoghi immaginati anziché restare a casa?
E se Pascal sbagliasse sullo starsene
seduti buoni buoni nella propria stanza?
Continente, città, nazione, società:
la scelta non è ampia e non è libera. E qui o là…
No. Meglio allora per noi restare a casa,
ovunque sia o sarà?

                                                  Elisabeth Bishop

 

Amore mio
è difficile da questo fondo, da questo finale,
dirti come mi manchi, come immenso tu sei
nel mancare, adesso che mi sono persa fra masse dure,
fra cinghie di buio pesto, senza divinità,
senza la tua mano che tutto sorregge.

Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento, ma
guarda l’orma che lascio, come di cagna,
di passero stanco, di bruco, di mosca.
Non vedi come mi spengo se non mi ami?
Mi secco come una pianta.

Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa.
Amami come amano i forti spiriti, senza pretesa, con
fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.

E scusa questo domandare
ciò che si deve fare,
questo avere bisogno,
scusalo.
Non è degno del patto
che lega la rondine al volo,
la rosa al suo profumo
il vino al suo colore
il tuo cuore al mio.

Mariangela Gualtieri

 

Bambina mia,
per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.
E invece ti lascio baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ire
nella periferia della specie. E al centro
ira.
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci
di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà
tocca a te, ora,
a te tocca la lavatura di queste croste
delle cortecce vive.
C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella,
gioia più grande. L’amore è il tuo destino.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro. Nient’altro.

Mariangela Gualtieri

 

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra-
Poesia- quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire-
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh, aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato-
Poesia che mi doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca-
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Antonia Pozzi,
(Milano 1912-1938)
www.antoniapozzi.it/

 

Lago in calma

No. Non si può salire: il vuoto enorme
grava su noi, quella gran luce bianca
arde e consuma l’anima.
Non vedi come prone
stanno le cime e come densi i pini
nella valle precipitano?
Non impeto d’ascesa
sferza le vette ad assalir l’azzurro,
ma paurosa immensità del cielo
le respinge, le opprime.
S’annidano, rattrati, nelle conche
i nevai, disciogliendo
sui nudi prati, fra gli abeti neri
trecce argentee di rivi,
come un canoro sospirar di pace
verso il lago lontano.
Restiamo presso il lago, anima cara;
restiamo in questa pace.
Guarda: il cielo, nell’acqua, è meno vasto, ma più mite, più vivo.
Noi entreremo in questa vecchia barca
tratta in secca sul lido:
i remi sono infranti, ma giacendo
sul fondo basso, non vedrem la terra
e l’onda, percuotendolo da prora,
darà al legno un alterno dondolio
che fingerà l’andare.
Salperemo così, da questi blandi
pendii che odoran di ginepro: andremo
con tutto il sole sovra il petto, il sole
che riscalda e che nutre;
andremo, lenti, in un bianco pio sogno
di sconfinata pace,
verso ignorate spiagge,
col nostro amore solo.

Antonia Pozzi,
Silvaplana, Agosto 1930
www.antoniapozzi.it/