Estratti da ‘Conversazioni con il fotografo’ – Serie 3

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Kosovo. Ljubenic, aprile 2004

“… Nel caso del Kosovo, nel 1999 Alain Keller e io eravamo partiti a nostre spese perché pensavamo fosse importante. Avevamo speso parecchi soldi e speravamo di rifarci vendendo le foto. Ma non eravamo comunque pronti a fotografare qualsiasi cosa, a caso. Non ci trovavamo però di fronte a un contesto come quello dei massacri di Tamisoara.21 Forse in quel caso ci saremmo rifiutati di farlo. Non lo so. Ti trovi davanti a una situazione che sembra importante, spettacolare, e ti senti addosso una forte pressione finanziaria. Ho venduto alcune foto l’anno seguente, ma nel 1999 ho fatto due viaggi che mi sono costati in totale tra i 25.000 e i 30.000 franchi [3.800 e 4.600 €] e non ho mai recuperato queste spese. Ma se fossi stato inviato da una rivista, avrei avuto lo stesso livello etico? Chi ti commissiona un reportage impone l’obbligo del risultato. Questo non significa che quando ho una commissione non mi pongo alcuna barriera, ma abbasso un po’ la barra. In un ambiente dove le barriere morali sono spesso gettate alle ortiche; in quel posto di frontiera tra il Kosovo e l’Albania dove affluivano i rifugiati, c’erano un gruppo di giornalisti e alcune equipe televisive che aspettavano. Ricordo che i fotografi cercavano delle “madonne”. Uno o due anni prima il fotografo algerino Hocine aveva vinto il World Press con il ritratto di una donna che era stata chiamata “La Madonna algerina”, e ora tutti i fotografi cercavano delle madonne! Ma di madonne ce n’erano su ogni trattore! Arrivavano intere carovane di trattori e sopra c’erano le madonne con i bambini tra le braccia! Appena ne vedevano una, le si accalcavano attorno. Io invece evitavo tutti i bambini e tutte le donne con un bimbo tra le braccia che scoppiava in lacrime quando veniva circondato da una folla di fotografi e di giornalisti. Tutto ciò fa paura, è impressionante. Non si possono scattare foto in quei momenti! È disonesto! Nauseante”

Tratto da:  Conversazioni con il Fotografo

 

PESCATORI

BURUNDI, Bujumbura, febbraio 1998. Pescatori hutu sulle rive del lago Tanganyka.

“… (Guibert) Il grosso del mio lavoro lo faccio a casa. Tu invece, per fare il tuo, devi uscire e spesso assentarti per lunghi periodi. Raccontami le tue partenze e cosa significa stare lontani.

(Didier) Mi chiamano, mi propongono di partire, mi chiedono: “Ti interessa?”. Io rispondo: “Sì, certo, mi interessa”. “Quando?” mi domandano loro. Consulto l’agenda e propongo una data. E così sono in ballo. Da quando mi danno il biglietto aereo non posso più fare marcia indietro. Ogni partenza è deprimente. Ogni volta che parto …

È una lacerazione …

Una lacerazione, una sofferenza. Detesto le partenze, a ogni viaggio sempre di più. Spesso esco di casa la mattina molto presto, quando è ancora buio. Verifico le mail, do da mangiare al gatto, abbraccio Marie-Jo, passo la mano tra i capelli dei bambini che dormono. Fa freddo in scooter. Altrimenti prendo l’autobus delle sei con i lavoratori immigrati, le donne delle pulizie, la RER e i viaggiatori che dormono. Ma una volta che sono partito, è fatta. Sono preso da qualcosa che mi appassiona. Bisogna abbandonare la convinzione comune, soprattutto tra le persone che mi sono più vicine, secondo cui ogni partenza è una gioia. Non è vero. Lasciare chi amo non mi rende felice. La separazione non è la felicità. Il viaggio non è una sofferenza né un calvario, è un piacere, ma un piacere che costa anche dei sacrifici. Andarmene, separarmi “finalmente” da chi mi impedisce di viaggiare (risate) non è una liberazione! …”

Tratto da:  Conversazioni con il Fotografo