Estratti da ‘Conversazioni con il Fotografo’ – Serie 2

romania

Didier Lefévre.  Romania, Bucarest, dicembre 1989.

Dei cadaveri mutilati di membri della Securitate sono ammassati in terra coperti di sputi e mozziconi, alleggeriti dei loro scarponi. Una testa decapita è esposta su una ruota di un veicolo rovesciata, qualcuno ha messo una sigaretta tra le labbra e un pezzo di cerchione a guisa di corona. La folla le sfila davanti silenziosamente e timorosamente.

“ … Non so cosa intendo per “bello”, ma so cosa intendo per “meriterebbero”. C’è una polemica tra i fotografi e nell’ambiente di coloro che s’interessano all’immagine. È riassunta nella frase: “ Si ha il diritto di fare delle belle foto di avvenimenti orribili?” Io, non capisco perché ne dovremmo fare di brutte. Non capisco in nome di quale ragione, in una situazione drammatica, caotica, con delle persone che soffrono, si dovrebbero fare delle foto banali e a casaccio. In nome di cosa dovremmo, tutto d’un tratto, smettere di inquadrare, non disporre al meglio gli elementi nell’immagine. Il mirino è un rettangolo, o un quadrato per quelli che fanno foto quadrate, ma io le faccio rettangolari. Se occupo questo rettangolo in maniera disordinata, l’immagine non è leggibile, tutto qui … “

Tratto da:  Conversazioni con il Fotografo

 

Untitled

Didier Lefévre.   Fotografia in bianco e nero

“… Ora, con un’età diversa, con l’esperienza, mi rendo conto di una cosa; nella voglia d’andare [5 verso la guerra, c’è anche l’idea che, poiché è spettacolare, avremo per forza delle belle fotografie. Le persone le guarderanno, sicuramente le venderemo, ecc …. Oggi, so perfettamente che è molto più facile fare delle fotografie in guerra che nei luoghi dove non c’è la guerra. È facile e le fotografie sono più spettacolari. Sono anche, nella maggior parte dei casi, meno valide. La maggior parte sono semplicemente spettacolari. Non è perché si ha la foto di un cadavere, di una casa che sta bruciando o di una scena orribile, che si ha una buona fotografia. Me ne sono reso conto grazie alle mie stesse fotografie e osservando quelle degli altri, perché passo la maggior parte del mio tempo a esaminare le foto dei giornali o dei libri. Le vere buone fotografie, per farle è necessario strapparsi gli occhi …”

 Tratto da:  Conversazioni con il Fotografo